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                Incontro del 21 marzo 2019

AD  ALTA  VOCE   abbiamo  letto  La strada per Roma

DI COSA PARLA?

Di Guido Corsalini, un giovane urbinate, particolarmente provato dal difficile clima dei primi anni ’50 del secolo scorso, così tanto da sentirsi oppresso nella sua città natale e da decidere di fuggire. L’intero romanzo è ambientato negli anni immediatamente prima del benessere, quelli ricchi di speranze, amori, illusioni e turbamenti che caratterizzarono un’intera generazione, di cui Guido è portavoce. Studente universitario prossimo alla laurea, egli si ritrova a riflettere, insieme al suo migliore amico Ettore, su laceranti perplessità, legate alla sua vita futura e, in particolare, alla professione da svolgere. Insieme vivono, con atteggiamento opposto, la fine della gioventù e l’inizio dell’età adulta. Il primo deciderà di andar via dalla città natale, il secondo di rimanerci. Altro “personaggio” fondamentale è proprio la città di Urbino che, con la sua aria di attesa, con i suoi palazzi, la sua gente, fa da sfondo alle azioni e ai pensieri tormentati dei protagonisti. Le sue strade s’incrociano con quelle di Roma, città ideale per Guido, nella quale decide di rifugiarsi e in cui riesce, alla fine del romanzo, a trovare una stabilità interiore e a completare il suo cammino di crescita fatto di partenze, ritorni e ripartenze.

E’ l’ultimo romanzo di Paolo Volponi, ma potremmo dire anche che è il primo che ha scritto e poi lasciato da parte, per più di trent’anni, per una futura pubblicazione, avvenuta solo nel gennaio 1991 anno in cui si aggiudicò il premio Strega.

 

CHI E’ IL LETTORE DE “LA STRADA PER ROMA”?

E’ chiunque desideri provare a percorrere una strada. Anche solo quella della lettura. Ma, essendo un romanzo di formazione, il libro è sicuramente rivolto, in particolare, a tutti quei giovani che devono compiere delle scelte importanti; a quei ragazzi insicuri, dominati dal desiderio di evasione e a tutti coloro i quali non si trovano in perfetta sintonia con l’ambiente circostante. Nonostante uno stile non sempre lineare, poiché riflette la visione caotica della realtà dei suoi personaggi, il lettore attento, in grado di seguire il percorso svolto dal protagonista, è guidato, passo dopo passo, verso un processo di maturazione e piena realizzazione di sé. Inoltre, questo romanzo presenta numerosi caratteri autobiografici. Pertanto, leggendolo è possibile approfondire la conoscenza della personalità dell’autore e scoprire che combacia perfettamente con la figura di Guido, nella quale, di conseguenza, il lettore potrebbe immediatamente immedesimarsi.

LE FRASI DA RICORDARE

“Io mentisco, - pensò -. Non sono serio. Perché ho detto l’inizio di una poesia che non conosco, che ho sentito solo citare? Quando potrò essere serio? Riconoscere un punto che meriti che io lo sia, che mi guidi e che mi impegni? Tutti i miei studi sono stati fatti male; non so che cosa farò e non so nemmeno che cosa pensare”.

“Potrei fare l’attore; lo sceneggiatore o il soggettista ma anche l’attore”.

Da questo monologo interiore emerge chiaramente la personalità di Guido. Un’anima tormentata, piena di interrogativi ma priva di risposte, alla continua ricerca di un punto di riferimento, una certezza, che possa risolvere il suo dissidio.

“Quando s’impegnava in una storia, l’essere solo gli era essenziale, specie nei confronti del padre, di ogni elemento familiare e anche di quegli amici più maligni che lo rendevano insicuro: quand’era solo, era grande, era Corsalini, di Urbino, partorito dal suo palazzo di Lavagine, duro come quelle pietre che dominava dall’infanzia”.

Questa espressione testimonia come Guido si senta soffocato dalla realtà in cui vive e come la presenza di amici e familiari condizioni fortemente la sua esistenza.

“Ogni volta che apriva la valigia pensava a casa ma senza nostalgia, anzi con una distrazione che finiva anche sempre per superare con l’affermazione di essere a Roma, di stare cominciando la sua vita”.

COME COMINCIA?

“L’uva esposta nella vetrina del negozietto della Pennabianca, il più povero di Urbino, era già appassita e da qualche giorno abbandonata anche dalle vespe. Ormai per la strada di Santa Lucia veniva una tramontana bagnata, con un’ala salina sopra i tetti e i cornicioni, che rinfrescava la luce vecchia e ammorbidiva la polvere lasciata dall’estate. La luce restava anche dopo il tramonto, perduta tra i vertici dei tetti e cadeva solo, ormai nella notte, con l’ultimo stormo di piccioni. Sotto, la strada cambiava per la seconda volta, con il buio che spalancava gli androni e le bocche dei vicoli e portava avanti i portoni e la corte dei frati. L’ultima lampadina che s’accendeva, mentre tutto dai frati sarebbe rimasto al buio, era quella del negozietto. A quell’ora passava Guido…”.

E DOPO LA LETTURA?

Con la sua scrittura, Paolo Volponi riesce a trasmettere al lettore quei dubbi e quegli interrogativi che caratterizzano non solo lui e i suoi personaggi ma tutti quelli che devono fare delle scelte di vita. E’ meglio partire o restare? La risposta non può essere la stessa per tutti. Ciascuno deve valutare la realtà che lo circonda per poterla migliorare. Perciò, dopo la lettura, ognuno di noi è portato a riflettere su se stesso, a chiedersi se ha trovato il suo posto nel mondo oppure se è ancora in cerca di un rifugio, insomma è spinto a chiedersi se ha la vita che vorrebbe.

Rossella Solazzo

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