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Incontro del 7 febbraio 2019

 

  AD  ALTA  VOCE    abbiamo letto   La grande foiba   e  La parola ebreo 

DI COSA PARLANO?

“LA FOIBA GRANDE” (pubblicato nel 1992) è un “romanzo storico” nel quale l’autore inserisce le vicende di personaggi inventati. Infatti, egli fa della tragedia che travolse gli italiani che vivevano sul confine orientale della penisola alla fine del secondo conflitto mondiale lo sfondo della sua narrazione. Carlo Sgorlon racconta la tragica vicenda di Benedetto Polo e della gente di Umizza, un immaginario paesino dell'Istria, dominato e popolato, nel corso degli anni, da austriaci, italiani e slavi che da sempre hanno convissuto tranquillamente.

Tutti sono costretti a subire i tragici effetti degli eventi successivi allo scoppio della seconda guerra mondiale. E quelli dell’arrivo nei loro territori delle truppe titine, che seminano terrore gettando nelle foibe i loro precedenti dominatori e i loro oppositori in genere. Chi riesce a sopravvivere lascia le sue terre per cercare altrove una vita migliore.

"LA PAROLA EBREO" ripercorre l’infanzia di Rosetta Loy nella Roma che passa dal fascismo alla resistenza.

Al racconto dei momenti di vita serena e innocente della ragazzina, dei suoi familiari e dei suoi conoscenti, si alterna la documentazione dei fatti storici, in modo particolare di quelli riguardanti la follia delle leggi razziali e il dramma della persecuzione degli ebrei.

Rosetta esprime le sue sensazioni e il suo modo di vedere la realtà da bambina, compresi gli ebrei che frequentano il suo ambiente, ma rimane sempre inconsapevole della loro situazione. Solo da grande, durante la stesura del libro, affronterà tutte le tragiche informazioni di ciò che avvenne al di là della sua famiglia: la campagna antisemita, la guerra, lo sterminio, l'atteggiamento indifferente di una certa Chiesa.

Nell'ultima parte del libro, pubblicato nel 1992, riflette sul destino degli ebrei che aveva conosciuto e che non aveva mai "visto" fino in fondo, personaggi che nessuno cercò di aiutare: perché non ci si preoccupò di loro? Perché non ci fu solidarietà? Si sarebbe potuto fare qualcosa?

 

CHI E' IL LETTORE DE “LA FOIBA GRANDE”?

Chi non vuole dimenticare. Chi sa che la memoria è fondamentale per un popolo. Il libro è accessibile a chiunque abbia voglia di approfondire una pagina della nostra storia che, per quanto tragica sia stata, sarebbe opportuno approfondire perché, come Primo Levi ci insegna, "se comprendere è impossibile, conoscere è necessario".

CHI E' IL LETTORE DE "LA PAROLA EBREO"?

Partendo dal presupposto che la memoria deve appartenere a tutti, questo testo risulta adatto a chi sente il bisogno di onorare il ricordo delle vittime di questo disumano sterminio. Non è né un romanzo né un saggio ma si può apprezzare il parallelo procedere delle vicende familiari con le parti di documentata ricostruzione storica perché la scrittura, lieve solo apparentemente, accompagna il lettore alla sua profondità, ad un tempo lontano ma pragmaticamente non risolto, che ancora “brucia” e che costituisce il suo tratto memorialistico.E’ un libro per chi riflette su verità e giustizia con la consapevolezza che a volte il proprio “io” può mancare in qualche punto. Ma mai nel riconoscere ciò. Mai nel condurre un corretto esame di coscienza.

"LA FOIBA GRANDE": LE FRASI DA RICORDARE

  “Gli istriani non erano slavi, o italiani, o tedeschi, ma slavi, italiani e tedeschi insieme, eppure un po’ romeni, dalmati, morlacchi, ed altro ancora. La guerra aveva appunto questo di nefando, che faceva sparire gli istriani, per svegliare in loro sopiti nazionalismi.”.

“Con il calore grande dell’estate, quando l’aria tramava sulle rocce e sulle colline, anche adesso chiunque avrebbe giurato che dalla foiba grande uscisse un vapore. Qualcuno sosteneva che dall’inghiottitoio sortisse anche un lungo ansito, in qualche modo, prevalentemente nei mesi freddi, quasi che le foibe fossero polmoni della terra, che generassero respiri emessi da un dinosauro antidiluviano, sepolto vivo lì sotto.”

“…quando gli uomini uccidono, bruciano i cadaveri, o li gettano in foiba, lo fanno da sonnambuli, mentre sono preda degli incubi e dei deliri della storia. Poi, quando si svegliano, le guerre finiscono, e il dramma della storia si muta in commedia, allora non credono più a quello che hanno fatto, si figurano d’aver sognato, e diffondono la notizia che si tratta di fantasia e leggenda. Persino alle vittime e ai perseguitati pare soltanto una favola.”

“E’ un’intuizione naturalissima e crudelmente vera, cui tutti arrivano come portati dall’onda misteriosa dell’inconscio. Le foibe sono piene di cadaveri.”

"La lingua è strumento di libertà."

"LA PAROLA EBREO": LE FRASI DA RICORDARE

"I Regi Decreti riguardanti la razza vengono approvati e ratificati dal Consiglio dei Ministri tra il 5 e il 7 settembre 1938, con decorrenza immediata. …

L'elenco dei divieti alle persone dichiarate di razza ebraica è lungo. Una prima serie riguarda la scuola e la cultura in genere: "E' vietato l'insegnamento in qualsiasi scuola di ordine e grado del Regno, frequentata da alunni italiani. E' vietato essere membri delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere e arti. E' vietato iscriversi o frequentare le scuole di ogni ordine e grado frequentate da alunni italiani".

"E' vietato al cittadino italiano di razza ariana il matrimonio con persona appartenente ad altra razza, pena l'annullamento. Tali matrimoni sono da considerarsi nulli".

“L'ultimo decreto è una specie di "summa" dei precedenti. Estromette infatti gli ebrei: "Dalle amministrazioni Civili e Militari dello Stato. Dalle amministrazioni delle Province, dei Comuni, degli Enti, Istituti ed Aziende...

In pratica 48.032 italiani di religione o di famiglia ebraica, si ritrovano trasformati in "persone di razza ebraica" e come tali, oltre che schedati, privati di quello "status" garantito a tutti i loro connazionali; e infine spogliati di gran parte dei loro beni. Isolati dal resto della popolazione queste persone si ritrovano da un giorno all'altro alla mercé della benevolenza dei loro ex concittadini che non di rado cederanno alla tentazione di approfittarne.”

COME COMINCIA "LA FOIBA GRANDE"?

All'inizio del romanzo Sgorlon scrive di una terribile pestilenza che causa la morte di gran parte degli abitanti dell'Istria. Le autorità si riuniscono e decidono che bisogna colmare i vuoti prodotti dal morbo e ripopolare quelle terre…

La peste nera scoppiò molte volte nella nostra penisola, e si diffuse come l’olio, entrando nei vicoli dei paesi e delle città distese a prendere il sole sulle coste rocciose, facendo macello. I paesi restavano così vuoti che lo zoccolare dei sopravvissuti sulle vie lastricate di sassi sembrava l’ostinato camminare di un galeotto nei corridoi di una prigione. Quelli che se la cavavano parevano fantasmi, col mento nero di barba, spettinati e pidocchiosi. Nelle stalle le vacche legate con catena al palo della mangiatoia muggivano di fame e disperazione, gonfie di latte non munto, che le faceva impazzire di sofferenza. La peste fulminava anche parroci e sagrestani, sicché nei borghi nessuno più suonava le campane, che parevano morte, trafitte dal morbo anche loro. Nessuno più apriva o chiudeva le porte delle chiese. Così, con esitazione, vi entravano galline senza padrone, perse nel silenzio e nell’aria fresca dell’ambiente. Poi, lentamente, pigliavano coraggio e volavano sui banchi e sugli altari, seminando di virgole ributtanti le tovaglie immacolate e il basamento dei candelieri di legno, laminato di ottone.

COME COMINCIA "LA PAROLA EBREO"?

Se vado indietro nel tempo e penso a come la pa­rola «ebreo» è entrata nella mia vita, mi vedo sedu­ta su una seggiolina azzurra nella camera dei bambi­ni. Una camera con una carta da parati a fiori di pe­sco scarabocchiata in più punti; è primavera inoltrata e la lunga finestra che dà sul balcone di pietra è spa­lancata. Posso guardare nell’appartamento al di là della strada dove dai vetri aperti le tende dondolano all’aria. In quella casa c’è una festa, si vedono le per­sone andare e venire. In quella casa da poco è nato un bambino, quella festa è per lui. «Un battesimo?» chiedo. No mi dice la donna che è seduta accanto a me su un’altra seggiolina dove il suo corpo rimane avvolto come una palla, certo che no, ripete: lei è Annemarie la mia Fraulein. Sono ebrei aggiunge accennando con il mento al di là della finestra loro i bambini non li battezzano, li circoncidono. Ha detto «beschneiden» con una smorfia di disgusto. La parola è incomprensibile ma contiene quello «schneiden» che conosco bene. Cosa? mormoro incredula. Gli tagliano via un pezzettino di carne, risponde sbrigativa. «Mit der Schere...?» mormo­ro.

E DOPO LA LETTURA?

Si può approfondire la storia dei massacri delle foibe, per troppo tempo messa da parte se non dimenticata. Ci si può sforzare nella convivenza. Si può essere più consapevoli del bene della democrazia. E della pace.

Ma si può riflettere anche sull'indifferenza. Sull’assurdità che gli ebrei, pienamente integrati nella società fra le due guerre, vengano etichettati come "diversi" da un giorno all’altro, e, in nome della salvaguardia della razza ariana, perseguitati e sterminati. A questo va aggiunto il fatto che la Chiesa, per la Loy, non prese mai una chiara posizione nei confronti dei crimini razziali quando questi erano ben evidenti a tutti. Sembra impossibile, infatti, che i protagonisti non ebrei, i ragazzi, le famiglie, vivessero la loro vita in modo sereno, mentre "altri", invece, una tragedia. 

I testi non riguardano i vinti, riguardano coloro che hanno visto i vinti perdere, che hanno scelto di stare ai margini della storia, convinti che tra schierarsi ed astenersi la seconda alternativa sia stata quella più giusta.

Ma ci si astiene dalla storia solo apparentemente, perché anche l’indifferenza, in realtà, contribuisce pesantemente a determinarla.

Claudio Sciancalepore     Attilio Maria Manfrini

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