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Incontro di martedì 26 e giovedì 28 aprile 2022

 

 Megafono Biblioteca            A PIÙ VOCI 

                             abbiamo letto

             La giara di L. Pirandello

 

 

 

 

In un saggio intitolato Rileggere del 1922 la scrittrice Virginia Woolf, autrice di famosissimi romanzi come Gita al faro e Msr Dalloway, si domanda quali siano gli aspetti che caratterizzino un romanzo ben fatto e se, in fondo, i personaggi debbano avere una particolare rilevanza perché la storia abbia valore. Citando un racconto di Gustave Flaubert e un romanzo di Henry James, Woolf afferma come il romanziere francese, in Un cuore semplice, abbia solamente “bisogno di una vecchia cameriera e di un pappagallo”, mentre al secondo sono sufficienti un salotto e un tavolo da tè per creare una storia che mostri uno spaccato di verità. Si potrebbe aggiungere che a Dostoevskij era necessario un omicidio come a Moravia la dimensione sessuale per entrare nella psiche umana e definirla. Lo scopo di una narrazione non sembrerebbe quello di esibire storie credibili o meno, personaggi verosimili o meno, trame realistiche o surreali: l’importante è avere qualcosa da dire e dirlo nel modo migliore possibile.

La giara di Luigi Pirandello, novella scritta nel 1907 e riproposta qualche tempo dopo in forma di atto unico, si appella probabilmente a questo stesso principio. La storia di per sé è banalissima: un ricco proprietario terriero della campagna agrigentina, don Lollò Zirafa, il cui carattere e la cui avarizia sembrerebbero sorgere dalle ceneri dei verghiani Mazzarò e Mastro Don Gesualdo, possiede una costosissima giara che a un certo punto si frantuma. I suoi braccianti, accusati violentemente di averla distrutta, gli consigliano di rivolgersi a un ottimo conciabrocche, zi’ Dima Licasi, che, casualmente di passaggio da quelle parti, certamente sarà in grado di ripararla.

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Incontro di martedì 22 e mercoledì 23 marzo 2022

Megafono Biblioteca

                           

                    ad ALTA VOCE abbiamo letto

                          L'isola dei pinguini di Anatole France

                                                  Poesie per la PACE                  

 

Potrebbero pinguini particolari proporre pagine ponderate, pungenti perfino, per periodi problematicamente preoccupanti?

Possono. Per persone pronte per pensare. Per parlarsi. Per pronunciare parole, pubbliche, private. Per processare prepotenze, peregrinazioni, patimenti, persecuzioni. Per proibire prostrazioni, primitive posizioni, per propagare profonda, possente, pura poesia. Per perseverare, praticando percorsi prospettanti pluralisticamente, preziosamente PACE, PACE, prodigiosa PACE.

L’espediente linguistico del tautogramma non è sempre solo uno sterile divertissement; nel nostro caso la sua forma ludica serve a richiamare l’attenzione, ma con “distacco”, a far emergere dalle letture dell’incontro un collegamento tra pinguini e pace, che ne hanno costituito il leit-motive. Apparentemente, fatta eccezione per la lettera iniziale, non sembrerebbero esserci cose in comune tra i due termini. Invece la lettura ci ha dimostrato altro. Entrambi si sono proposti in chiave straniante, proprio come oggi viviamo i nostri giorni in cui drammaticamente, nonostante l’apparente tranquillità, siamo ritornati ad assistere agli orrori della guerra che negano ogni valore d’umanità, faticoso frutto di un lungo cammino. 

I pinguini che hanno aperto il nostro incontro sono quelli ‘distopici’ di Anatole France. Il suo L’isola dei pinguini è un romanzo del 1908 che propone una sorta di loro metamorfosi. Essi popolano tranquillamente un’isola vicino la Normandia ma, scambiati per esseri umani da un monaco ipovedente, finiscono per essere ‘convertiti’ e di conseguenza trasformati. “Le loro ali divennero braccia e le loro zampe gambe: un’anima inquieta albergò nei loro petti”.

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Incontro di martedì 22 e giovedì 24 febbraio 2022

Megafono         

Il mercante di Venezia

Il giardino dei Finzi Contini

(brani scelti)

 

 

 

E CIÒ PERCHÉ?  PERCHÉ SONO GIUDEO

È dal 28 gennaio che bisogna ricordare”. Così Liliana Segre in occasione delle commemorazioni del 27 gennaio scorso, giornata dedicata al ricordo delle vittime della Shoah. Ed è per questo che non è parso né fuori luogo né fuori tempo massimo dedicare il laboratorio di lettura del mese di febbraio a due opere che descrivono in modo diverso il tema del pregiudizio, della discriminazione e della persecuzione antisemita: Il mercante di Venezia di William Shakespeare e Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.

Il mercante di Venezia, scritto tra il 1596 e il 1598, è certamente una tra le opere più note di William Shakespeare. Sebbene sin dal titolo l’opera ponga come personaggio centrale Antonio, il “mercante” della commedia, in realtà il dramma deve la sua fortuna al personaggio di Shylock, l’ebreo usuraio che, anche a seguito delle interpretazioni di grandi attori del recente passato, ha acquisito una dimensione centrale nell’opera. Difatti è proprio Shylock ad assumere il ruolo di ago della bilancia di una vicenda che lo vedrà sconfitto.

È piuttosto singolare che a muovere l’azione sia l’amore (non del tutto disinteressato) di Bassanio per la bella Porzia, signora di Belmonte. Avendo necessità di denaro, Bassanio si rivolge al suo amico mercante Antonio, il quale, non disponendo della cifra necessaria, si impegnerà a fare da garante del prestito che Bassanio chiederà a Shylock. L’usuraio ebreo conosce bene Antonio: è un facoltoso mercante che in passato lo ha pubblicamente insultato e schernito perché “giudeo”, ma Shylock, in nome degli affari, darà seguito al contratto. Porrà solamente una penale piuttosto singolare: una libbra di carne dal corpo di Antonio se il mercante non sarà in grado di onorare il debito.

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Incontro di lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2021

          Megafono 

           A mezzanotte

             Alla bancarella dei fuochi d'artificio

             Seduto a sorvegliare il fuoco

           La tregua di Natale

 

 

Storie di botti. Sparati e non. E di fuochi. D’artificio e non.

L’appropinquarsi della notte “più rumorosa” dell’anno, quella di S. Silvestro, ci ha offerto l’occasione per riflettere sul tema dei botti, sulla loro origine e naturalmente sulla loro presenza nelle ‘pagine scritte’.

Il lungo racconto di L. De Crescenzo, A mezzanotte va, fa parte di Oi dialogoi del 1985 e ci parla dello sfortunato Alfonso Cannavale che, impossibilitato per mancanza di denaro ad appicciare anche un solo bengala l’ultimo dell’anno, vive la situazione come un autentico fallimento, soprattutto davanti ai suoi figli e al loro “Papà, portuece ‘e botte”. Meno 5, meno 4, meno 3, meno 2, meno 1... è mezzanotte. Alfonso non si muove nemmeno di un millimetro: guarda il soffitto e non parla. Costretto con amara rassegnazione a sentire tutta la ‘magnificenza’ dei botti dei vicini, finisce, per un gioco di date, per sparare i suoi il 12 di gennaio incorrendo in una denuncia per schiamazzi. Ma, al commissariato … insomma, lascerà emergere tutta la sua napoletanità.

Alla bancarella dei fuochi d’artificio di A. Larovere, giovane autore attivo sul web, fotografa una tipica situazione di ‘normale illegalità’ dovuta a “Fogna-man” che non ha nessuno scrupolo nel custodire i fuochi d’artificio nel suo appartamento. Il giovane protagonista del breve racconto, improvvisato venditore di botti, viene però nel finale colpito dal fulmine salvifico e silenzioso della poesia: scorge due innamorati che fanno del linguaggio dei segni quello dell’amore, che il protagonista vede luminosamente concretizzarsi proprio in loro due. Penso che, con quel freddo e in quella luce radente, potrebbero essere la cosa più bella che abbia mai visto.

Il fuoco acceso in un freddo rifugio di montagna in Slovenia accompagna invece le riflessioni di P. Rumiz sulla fine di un anno molto particolare come il 2020 in Seduto a sorvegliare il fuoco. Ebbene, in quella notte da lupi, seduto accanto a un fuoco che mi parlava, sentivo con inattesa riconoscenza che il 2020 mi aveva portato anche dei doni. Senza radio e tv, senza “Rete”, Rumiz scaglia la sua aspra verità contro un mondo che progressivamente sembra aver perso il senso dell’humanitas in nome di un malinteso concetto di benessere che ha dovuto far i conti col Covid. In un amalgama ben dosato, narrazione pacata e serrata argomentazione ci conducono, attraverso il fuoco devastante degli incendi, fra gli Ultimi di Lesbo dov’è il nuovo Bambinello e il nuovo volto delle tante Maria in fuga. Il crepitare della fiamma nella notte di neve lo invita, infine, a una sopravvivenza fatta di piccole cose, di solidarietà e speranza. 

Quella stessa speranza che sembra respirarsi fra le righe della lettera alla madre di A. D. Charter, luogotenente sul fronte occidentale nel 1914. Ho assistito ad uno dei più straordinari spettacoli che chiunque abbia mai potuto vedere. Si tratta della cosiddetta Tregua di Natale che nacque spontaneamente tra i soldati che da entrambi i fronti andarono gli uni verso gli altri per stringersi la mano, qualcuno cantando persino inni natalizi. Tutti desiderosi di tornare a casa e di non sentire più i fragorosi botti di guerra. La tregua probabilmente continuerà finché qualcuno non sarà abbastanza sciocco da lasciarsi sfuggire un colpo di fucile.

“Fotografare” i botti da diverse angolazioni è risultato molto efficace per i ragazzi del gruppo di lettura poiché hanno avuto la possibilità di considerarli, malgrado i loro effetti, come dei ‘personaggi silenziosi’ che però hanno attraversato con la stessa forma, ma non con lo stesso significato, i vari generi dei brani proposti.

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ANNO SCOLASTICO 2021-2022

 

LIBRIAMOCI 2021 AL LICEO "A. EINSTEIN"

"STAI AL GIOCO!"

Attestato Libriamoci 21 Liceo

Giocare è un verbo bellissimo. Come amare o sognare (per dirla alla Pennac). E come leggere (per dirla alla Szymborska). Sono tutti verbi che si possono ‘declinare’ in modo diverso ma che fanno della condivisione il loro denominatore comune.

“Leggere è un gioco” è stato il tema istituzionale delle Giornate di lettura nelle scuole (15-20 novembre 2021), la campagna nazionale, appena conclusasi, promossa dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione attraverso il Centro per il libro e la lettura. I numeri di quest’ottava edizione sono importanti dal momento che si è registrata un’altissima partecipazione. Hanno aderito alla settimana di Libriamoci 4.261 scuole di ogni ordine e grado che hanno realizzato 29.705 attività (quelle pugliesi sono state 3225) coinvolgendo 474.631 studenti, che hanno apprezzato e seguito - stando ai rilevamenti - i filoni tematici proposti: Il gioco del mondo, Il gioco dei sé, Giochi diVersi.  “La ricchezza di Libriamoci - commentano gli organizzatori - consiste nella grande varietà di partecipanti e soggetti coinvolti, i quali, ciascuno con le proprie competenze e risorse, contribuiscono a creare un’offerta culturale sempre nuova e adatta alle più diverse tipologie di giovani e giovanissimi lettori”.

L’obiettivo del progetto è da sempre quello di diffondere e accrescere l’amore per i libri e l’abitudine alla lettura, attraverso momenti di ascolto e partecipazione attiva. Il sito libriamoci.cepell.it resta attivo come punto di riferimento per la condivisione di esperienze, bibliografie e nuovi progetti come Leggiamoci (leggiamoci.it), una piattaforma online per accompagnare gli studenti - nella fascia d’età 13-19 anni - in un percorso di apprendimento degli strumenti della scrittura creativa, rendendoli, inoltre, lettori più consapevoli.

La settimana di Libriamoci è divenuta un’apprezzata consuetudine anche nel nostro Liceo che quest’anno ha organizzato l’iniziativa pomeridiana “Stai al gioco!” svoltasi il 16 e 17 novembre. Il ritorno in presenza è stato molto sentito dai ragazzi che hanno dichiarato di aver ritrovato un senso di gioiosa normalità e socialità. “Il solo fatto di aver potuto partecipare all'incontro in presenza ha reso tutto più piacevole”.

Durante l’incontro sono stati letti passi tratti da “Il castello dei destini incrociati” di I. Calvino che hanno suscitato una notevole curiosità per il fatto che la narrazione si sviluppa a partire dai tarocchi, visto che i suoi protagonisti sono colpiti dall’improvvisa perdita della favella che impedisce la comunicazione ordinaria e ne impone un’altra, più attenta e coinvolgente. I ragazzi si sono detti colpiti in modo inaspettato dal “gioco” calviniano della letteratura che li ha condotti a scoprire un nuovo aspetto della lettura, più trascinante e seducente. Hanno espresso il loro gradimento sia per la Storia dell’ingrato punito, ricca di simboli e riferimenti, sia per la Storia dell’alchimista che vendette l’anima che ha sorpreso per la capacità di parlare all’uomo contemporaneo pur utilizzando l’elemento fantastico medievale. Sono emersi gli stretti legami fra giocatore e lettore, entrambi coinvolti nel mondo della finzione in cui ci si può muovere solo seguendo regole serie. Inevitabile è stato il riferimento ai videogiochi e alla pervasività odierna del gioco stesso nelle nostre vite con la diffusione di elementi ludici in ogni forma di comunicazione. Sono state al nostro gioco, come raffinato corollario, le note di “Volta la carta” di De André, che è sembrato quasi “cantare” Il castello, seguite da “Relativity” di Escher, in cui forse, a detta di una partecipante, si sono incrociati nuovamente i suoi destini. Così come quelli del gioco e della lettura, in un intreccio ricco di incessanti sviluppi i cui fili appartengono solo al lettore che è destinato a scioglierli. 

“Dunque, quale idea di lettura porterai con te dopo quest'incontro?” Fra le molte, la risposta di Silvia sembra quella che ne riassume efficacemente il senso: L'idea che la lettura sia qualcosa di necessario e, anzi, di fondamentale per capire il mondo.

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